Era la freddolina mattina di domenica 3 dicembre. Cammino sulla banchina della stazione verso la mia carrozza. Sono le 6.20 del mattino, a quell’ora gli unici pensieri che hai sono: “Perché sono qui invece di dormire nel mio letto caldo?” “Sono solo e in balìa delle ferrovie italiane”. Arrivato a metà treno noto che le porte delle carrozze sono chiuse e penso: “perché cacchio sono chiuse? mica vogliono partire senza di me? è ancora presto. Però per sicurezza monto alla prima porta aperta che vedo.” E così salgo due carrozze prima della mia, che era in fondo. Questo dettaglio apparentemente inutile si rivelerà invece essere una di quelle grandi occasioni afferrate e lasciate andare subito dopo, che è sempre meglio che perse e basta. Ciò mi ha fatto trasalire diffusamente per alcuni dei giorni seguenti. Attraversata la prima carrozza metto piede nella numero 10, subito prima della mia numero 11. Ma appena muovo i primi passi noto una figura familiare all’altra estremità del corridoio, quel maglione celeste… quella sbarazzina chioma bionda… è lei °_° è Ornella °_° che ci fa sul MIO treno? °_° semplice: sta sistemando la sua roba sul suo posto, ma la mia era una domanda retorica, per cui non mi ritengo del tutto soddisfatto. Mi avvicino mentre lei continua a darmi le spalle e giunto ad un metro la chiamo. Con lei c’è anche un ragazzo. Un ex studente di matematica del nostro dipartimento. Tutto si fa sempre più intrigante. La chiamo di nuovo perché non mi ha sentito, al che lei si gira e mi saluta sorpresa tanto quanto me. Giustamente, alla mia domanda “dove vai di bello?” mi risponde: “A Milano.” Certo questo treno va a Milano, sembra ovvio, ma sarebbe potuta scendere anche prima, quindi alla fin fine non si è rivelato un dialogo tanto idiota come poteva sembrare. Io sto andando a dare il Nihongo Nouryoku Shiken, avrei risposto io se avesse fatto lei la domanda, e lei mi sbologna il suo vaggio con un semplice: “A Milano.” Proprio oggi? Non ci andrà anche lei per l’esame? Strano ma possibile. Sono troppo sconvolto o troppo assonnato per continuare lì questo ragionamento per cui li saluto e mi dirigo a prendere il mio posto: “Vado a mettere giù la roba.”
Mi sistemo, e resto seduto qualche minuto, non mi va di tornare indietro subito, però sono troppo curioso di scambiare qualche parola con loro e soprattutto con lei ma più che altro con lei e basta. Non ricordo quand’era l’ultima volta che ci siamo visti di persona. Ma l’unica che riesco a ricordare in quel momento è di quando mi aveva detto che le “piace già un altro”.
Sarà forse lui quell’altro? La tensione sale. Un ragazzo e una ragazza, da soli… Non mi sembra quello il suo tipo, e probabilmente è solo un suo amico, però… un ragazzo e una ragazza da soli… che palle, mi rimarrà questo atroce dubbio, fosse stata un’amica non c’erano problemi, anzi ne approfittavo per farmela presentare… E invece è andata a finire che mi faccio presentare un amico (fino a prova contraria), un matematico con la passione per il giappone(se) e i fumetti. Si chiama Aureliano. Quando torno da loro per la resa dei conti si scopre infatti che i due sono diretti al Fumettopoli, risicata manifestazione milanese di argomento fumettistico. Che granello incastrato fra le ruote del destino infame avrà fatto in modo di far coincidere questi avvenimenti? Aver fatto incontrare due persone che da tempo non si vedevano, in in quel luogo e a quell’ora? Parliamo dell’esame, del corso di lingua che seguono, delle solite beghe universitarie. Il mio imbarazzo in forma di sega mentale resta, per cui esauriti un po’ gli argomenti di discussione li lascio per tornare al mio posto, non volendo imporre loro la mia presenza. Per passare il tempo cerco anche di convincermi che questo incontro sia un bel portafortuna, cerco di convincermi che la robetta che ho mangiato per colazione non mi stia dando un senso di nausea, cerco di convincermi a ripassare un po’ col libro che mi sono portato. Inutilmente. Da Mestre a Milano tre donnacce non la smettono di parlare della loro recente visita ad un conoscente. Da Mestre a Milano! ovvero per due ore di seguito; con delle voci enormi e un quasi caricaturale accento milanese, e meridionale-milanese. E io nonostante tutto ciò di cui sopra dormo, e nei momenti di dormiveglia sento sempre la loro tiritera, al diavolo tutto! spero di ripescare i due piccioncini quando scendiamo.
Così è. Promossi a bravi ragazzi, i due mi stanno aspettando sulla banchina e facciamo la strada insieme, e Ornella mi dice: “Prima ero venuta a chiamarti ma dormivi…”! Dovevi svegliarmi, mia cara Ornella! Dovevi portarmi via da quel luogo di perdizione, e invece non l’hai fatto! Perché?! Perché!?! Mentre questa piccola tragedia si consuma dentro di me (intervallata da uno stupido konnichiwa che io e Aureliano ci scambiamo, più altri discorsi spiccioli), esauriamo la banchina e giungiamo al cospetto di due ragazze con cui essi continueranno la strada. Così l’ultimo saluto e poi via ad 80 all’ora (tassista pazzo °_° sosia del biondino dei chemical brothers) verso la Bocconi!
Inizia il test… sezione sui caratteri: forse la più facile o almeno quella che desta meno dubbi, perché solitamente un kanji o lo sai o non lo sai (anche nel caso in cui quello che pensi sia giusto è sbagliato, i dubbi madornali arrivano quando devi scriverli XD): in una febbrile conta dei tratti il nostro eroe e i suoi colleghi se la passano più o meno spensieratamente. I jukugo sono già più tosti, e qua inizio a darmi agli erroracci stupidi, tipo taidokoro invece di daidokoro (ispirandomi a taifuu °°) e seiwa invece di sewa (mi suonava meglio con
la e lunga… -.-). Giungiamo così ai quesiti sul lessico, ed è qui che cominciano i dolori veri e propri, perché il mio vocabolario è notoriamente povero, frastagliato, acciaccato, e incostante. I giapponesi hanno troppe parole, c’è poco da fare. Ma il problema non è tanto il numero, quanto il fatto che tutte si somiglino. Non va
proprio.
Finisce così la prima parte. Breve intervallo per andare a sbattere la testa sul muro in corridoio e comincia la seconda, temutissima parte: L’Ascolto. Credo che in quella stanza nessuno si aspettasse molto da quella parte del test, e così anch’io. Con questa disposizione d’animo parto malissimo, perché non mi concentro minimamente sui disegnini, che è il trucco fondamentale per uscire da questa sezione limitando i danni: nell’errore di liberarmi la mente per potermi concentrare sui dialoghi, dò pochissima attenzione ai disegni e così non eseguo l’attività fondamentale di esaminare gli oggetti raffigurati per richiamare mentalmente, più o meno consapevolmente, la maggior quantità possibile di vocabolario attinente alla situazione. Così faccio un schifo, ma in fondo neanche troppo se non fosse che di lì a poco arrivano dialoghi assurdi su grafici e calendari (questi meno assurdi ma contenendo numeri mi mettono egualmente in difficoltà :): vengo sopraffatto da una marea di numeri e termini astrusi, devo così capitolare. E così, paradossalmente, non mi stupirei di essere andato meglio nella parte senza i disegnini.
Ultima parte, giusto per tirarsi un po’ su di morale (ma molto poco): grammatica! verbi in tutte le salse e particelle ambigue! ormai non ho più nulla da perdere continuo a seguire il mio istinto e ci passo sopra inesorabile e inarrestabile, e mi avvio verso i due brani finali per la comprensione del testo. Due simpatiche storielle che mi tirano su di morale (tanto per ribadire). Qui vado forte (ma sarà anche merito dei 70 minuti di durata per questa parte) e riesco a ripassarmi tutte le domande due volte, avendo così la possibilità di ragionare meglio e correggere alcune mie scelte. Dei due brani il più simpatico è il secondo, dove un disgraziato che immagino molto simile a me si domanda il perché del modo di dire “c’è bel tempo” quando splende il sole e “brutto tempo” quando piove. In pratica pioggia rulez!
Tempo necessario a sviluppare una gagliarda emicrania: 140 minuti (al netto delle pause e dei cazzeggi). Ma tu pensi che io sia così soddisfatto? Certo che no! Uscito dal centro linguistico bocconiano mi lascio andare ad una rilassante passeggiata per le strade di Milano. Corono il mio sogno infantile di passare sotto alla Torre Velasca. Passo dietro al duomo e noto stupefatto la grandiosità delle vetrate che attorniano l’abside. (Non sono ancora finiti i restauri, ma ormai già metà della facciata è spoglia da impalcature. :) Mi impelago nel mercatino natalizio. Compro un cappello da babbo natale, rendendo forse più felice la tipa che me l’ha venduto che i bambini ai quali i proventi saranno devoluti. Non pago degli acquisti (o forse perché inizia pian piano a diluviare) compro pure un ombrellino da un ambulante. Grazie alla provvidenziale apparizione di C.so Garibaldi riesco pure ad arrivare alla stazione di Porta Garibaldi, nonostante un attimo di smarrimento. Là c’è la Fumettopoli tanto (no, neanche tanto) decantata da Ornella: mi va di darci un’occhiata, magari anche da fuori, il problema è che, arrivato lì, dopo chilometri e chilometri di strade giuste riesco a PERDERMI
nell’enorme piazzale-cratere che attornia la stazione, o meglio, scelgo di inziare a perlustrarlo nel senso di rotazione sbagliato, finendo così in improbabili vialoni, una rampa senza scalette per scendere che passa sopra (sopra) alla stazione, per poi sbucare in una una strada rettilinea di almeno un chilometro senza neanche l’ombra di un incrocio nel quale svoltare e tornare indietro. È buio, per fortuna la pioggia si è calmata e mi ritrovo in un altro viale dal quale noto la sagoma del Pirellone, riferimento per i viandanti in cerca della stazione centrale, e così stufo mi avvio verso la fine di questa emozionante gita. Ho fatto un sacco di cose.
Non ho fatto un sacchetto di cose e perciò mi ritengo soddisfatto. Che bello.
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